Città della Lirica

La tradizione del canto a Modena è il risultato di una mentalità e di un’organizzazione maturate nell’arco di secoli all’ombra di istituzioni che hanno sempre tutelato e considerato la dimensione musicale come caratteristica fondamentale dell’identità cittadina.

Antico strumento musicale

Le origini

Le corali dei monasteri e la Cappella del Duomo

Già nel XVI secolo il ruolo delle cantorie corali nei centri monastici come Nonantola e Pomposa si riverbera con rapidità nella vicina Modena. La Mantova dei Monteverdi, dei Gonzaga, dei De Wert è a due passi; la connessione con la cultura madrigalistica ferrarese dominata da figure di rilievo assoluto come Luca Marenzio, Claudio Merulo, Cipriano de Rore, Alessandro Striggio fa attecchire un gusto raffinato per la musica profana, corroborato sul piano letterario da centri di cultura esclusiva come l’Accademia degli Unanimi di Sassuolo. E soprattutto conta la trasmissione di un solido sapere musicale fra i maestri che si avvicendano alla guida della cappella musicale del Duomo, a partire ovviamente da Orazio Vecchi, dominatore della musica modenese del secondo Cinquecento. I successori Marco Uccellini e Giovanni Maria Bononcini costruiscono le fondamenta formative per generazioni di cantori destinati a sdoppiare la propria attività anche sul piano teatrale.

Dalla chiesa al palcoscenico

La passione del Duca per il teatro

Il passaggio di cantori dalla chiesa al palcoscenico è un fenomeno comune a molte città italiane fra Sei e Settecento. A distinguere Modena è in primo luogo l’atteggiamento dei singoli sovrani. Il duca Francesco I accoglie in città il librettista e tiorbista Benedetto Ferrari – artefice insieme a Francesco Manelli dell’apertura a Venezia dei primi teatri pubblici – gli affida la direzione della cappella musicale di corte e quella del Teatro Ducale di Piazza dove, nel 1656, va in scena l’Andromeda che pare essere la prima apparizione dell’opera in musica in città. Suo nipote Francesco II promuove le attività musicali: non solo teatro, con la ricostruzione nel 1685 del Teatro Valentini (il Comunale Vecchio), bruciato quattro anni prima e inaugurato con Il Vespasiano di Carlo Pallavicino, ma persino l’oratorio musicale al quale viene riservata l’oggi scomparsa chiesa di San Carlo Rotondo, in cui i modenesi possono assistere a oratori di Legrenzi, Stradella e Bononcini.

Gian Lorenzo Bernini, busto di Francesco I d'Este
Il Teatro comunale Luciano Pavarotti di Modena

La città della musica

Quel teatro ammirato dal Re Sole

Caratteristica di Modena è proprio la ricchezza di spazi teatrali, che assicurano continuità alla vita musicale e al mantenimento dei flussi di cantanti, del gusto del pubblico e dell’identità cittadina. Quando il grande Teatro Ducale di Piazza, così ammirato anche da Luigi XIV, il “Re Sole”, viene destinato agli spettacoli dei convittori del Collegio dei Nobili, l’opera musicale si trasferisce nel vicino Teatro Molza aperto nel 1713; e quando entrambi vengono distrutti nel 1769, l’attività passa al Comunale Vecchio, e poi a quello di Corte fino a 1859, mentre dal 1795 e per una quarantina d’anni è attiva anche la sala di San Rocco in via San Michele per le attività della filodrammatica, fino cioè all’inaugurazione dell’odierno Teatro Comunale nel 1841.

L’Ottocento

Il fattore decisivo: l’organizzazione teatrale

Non basta la disponibilità di una sala moderna per spiegare l’attrazione che Modena esercita nell’Ottocento sui maggiori cantanti italiani, professionisti ambiziosi che per valorizzare la propria carriera puntano ai cosiddetti teatri “di cartello”. Fattori decisivi sono l’organizzazione teatrale, con settori amministrativi dedicati esclusivamente alla gestione delle stagioni operistiche, e il radicamento di associazioni musicali che assolvono al compito di incanalare gli interessi minuti della città per le attività musicali. In questo modo il Teatro Comunale riesce ad avere una risposta di pubblico costante che gli permette di gestire le novità operistiche assicurando un giro di cantanti di alto livello fino a spettacoli destinati a rimanere nella storia come la versione in cinque atti senza balletto di Don Carlo di Verdi nel 1886.

Frontespizio del libretto del Don Carlo
Il M° Luciano Pavarotti al Teatro Comunale di Modena, oggi a lui dedicato

Un filo rosso lungo 300 anni

Dai cantanti del ‘600 alle star del dopoguerra

Si può ipotizzare un filo rosso che, dai primi cantanti di grido a Modena a metà Seicento (Gianfrancesco Grossi, Antonio Borosini e il figlio Francesco), passando nella prima metà del Novecento per Giuseppe Kashmann, Ezio Pinza, Mariano Stabile, Beniamino Gigli, giunge fino alle star del dopoguerra. Una linea che si dipana per oltre 300 anni come risultato di una salda pianificazione teatrale coltivata su un terreno fatto di competenze professionali secolari e aspettative di un pubblico consapevole e privo di compiacimento. Che da questo terreno siano spuntate piante sontuose come Luciano PavarottiMirella Freni , Nicolai Ghiaurov e Raina Kabaivanska anche questo non è stato evidentemente un caso. Fra la generazione precedente va ricordato anche Arrigo Pola, tenore di spessore internazionale nonché fra i primi maestri di Luciano Pavarotti.